Primo Levi e Dante all’inferno – Parte II

«Accende una pila tascabile, e invece di gridare «Guai a voi, anime prave» ci domanda cortesemente ad uno ad uno, in tedesco e in lingua franca, se abbiamo danaro od orologi da cedergli, tanto dopo non ci servono piú. Non è un comando, non è regolamento questo: si vede bene che è una piccola iniziativa privata del nostro caronte. La cosa suscita in noi collera e riso e uno strano sollievo »

Caronte nell’illustrazione di Gustave Doré

Primo Levi è appena salito sul camion che lo porterà dal treno ad Auscwhitz. Una guardia fa il giro raccogliendo gli oggetti personali dei deportati. Questo suscita in Levi il paragone con Caronte, il traghettatore di anime incontrato da Dante all’ingresso dell’Inferno. Il Caronte di Dante è una figura severa, rabbiosa, che incute quasi paura, mentre il soldato tedesco è paradossalmente mite, cosa che infatti sorprende sia Primo Levi sia gli altri insieme a lui. Con l’immagine ambigua di un nemico gentile comincia il viaggio verso il più terribile degli inferni.

Un altro aspetto che sorprenderà Levi, giunto ormai da qualche giorno nel campo, sarà il rovesciamento totale delle convenzioni umane e delle leggi civili. Una volta entrati ad Auschwitz non vigono più quelle regole. Al di qua del filo spinato non esiste rispetto, non esiste compassione, non si aiuta il più debole, che sia vecchio, donna o bambino. Nel Lager si è anni luce lontani dal senso di fratellanza. Se al di fuori gli uomini vivono per aiutarsi, nel campo di concentramento si vive come se ci si trovasse in una bolgia infernale. Il Male, impersonato dalle guardie, è come quello descritto da Dante. I diavoli delle bolge trasfigurano assumendo l’aspetto delle guardie del Lager.

« La spiegazione è ripugnante ma semplice: in questo luogo è proibito tutto, non già per riposte ragioni, ma perché a tale scopo il campo è stato creato. Se vorremo viverci, bisognerà capirlo presto e bene:… Qui non ha luogo il Santo Volto, qui si nuota altrimenti che nel Serchio! »

Man mano che percorre le bolge e scende verso il centro dell’Inferno, Dante dice che c’è sempre meno luce, ovviamente la luce del Bene. Allo stesso modo Primo Levi scopre presto che nel campo di concentramento bisogna fare i conti con il buio, cioè con la mancanza di pietà, ma non la pietà finta di chi si aspetta qualcosa in cambio, bensì quella spontanea che fa tendere la mano a chi cade e non ha più le forze per rialzarsi. Bisogna cercare di accettare il pensiero reale del dolore e la possibilità concreta della morte e imparare a convivere con la paura di essere uccisi. Levi lo mette subito in chiaro, prima a se stesso, come lezione, poi a noi, perché ne siamo testimoni nel nostro mondo e nel nostro tempo. Egli sa che dovrà trovare il suo posto in mezzo a tanta ferocia, evitando i colpi, le botte, il freddo e la fame. Il suo universo finisce con la sua pelle e il suo pigiama a righe.

Il verso «Qui non ha luogo il Santo Volto, qui si nuota altrimenti che nel Serchio!» viene pronunciato da uno dei diavoli della bolgia dei barattieri ed è significativo perché nella scena immaginata da Dante, ci troviamo dinanzi ad un enorme lago di pece bollente. Qui vi finiscono i barattieri cioè coloro che avevano elargito favori in cambio di denaro. Per costoro emergere dalla pece anche solo per un secondo era un immenso sollievo. Tuttavia nel Lager-inferno la speranza e la compassione mancano. Nessuno può intercedere per un peccatore o per un recluso, nemmeno il Santo Volto (era un’icona sacra che si trovava a Lucca) dice il verso di cui Levi si ricorda improvvisamente mentre si fa strada stanco e infreddolito nel fango pesante del campo come un dannato nella pece. L’invenzione dantesca è potente, il parallelo azzeccato. La realtà purtroppo ha superato l’immaginazione, perché il dolore provato da Levi e dai suoi compagni è vero, arpiona le ossa come gli uncini dei diavoli quando qualcuno tentava di mettere fuori la testa per respirare. Allora i diavoli – che non facciamo fatica a immaginare vestiti di nero con in mano un fucile – li spingevano ancora più giù nel fondo del lago. Al dolore seguiva addirittura l’offesa, sbattuta sulla faccia da carcerieri disumani. In quel lago di pece, in quel mare di fango polacco, potevano pure scordarsi di sguazzare beati come facevano “da vivi” nelle acque del Serchio.

I Malebranche arpionano un dannato

Ma al di là degli espliciti riferimenti a Dante, la descrizione dei condannati del campo in Se questo è un uomo richiama continuamente la Divina Commedia. Non serve che Primo Levi ci dica “qui sto citando Dante” per accorgerci che i corpi lividi e smagriti che ogni giorno lentamente abbandonavano le baracche diretti in fabbrica, sembrano la processione degli indovini che avanzano nudi, in lacrime, con la testa girata verso la schiena, o il lento incedere degli ipocriti, coperti da cappe di piombo pesantissime. La stessa magrezza innaturale che scava le ossa e riduce il volto a uno scheletro era stata già immaginata da Dante ancor prima che la realtà terribile del nazismo la sperimentasse sugli esseri viventi. Nel Purgatorio, Dante si imbatte nei golosi, i quali non possono nutrirsi di nulla se non di acqua (si pensi alla zuppa acquosa del Lager che gonfia il ventre e allaga le arterie) e vengono tentati continuamente da un profumo di frutta che però non possono cogliere. Ecco un’altra punizione, l’illusione data dalla speranza: nulla fa più male che essere a un passo dalla salvezza e non potervi arrivare. L’aspetto dei golosi rispecchiava le privazioni a cui erano sottoposti nel loro girone secondo la fantasia di Dante che immagina che si possa leggere nel loro viso la parola OMO, uomo (come il titolo del racconto di Primo Levi). Le occhiaie sono due “O” e il setto nasale una “M”. Sembra la descrizione dei detenuti del Lager.

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, 
palida ne la faccia, e tanto scema, 
che da l’ossa la pelle s’informava.

[…]

Parean l’occhiaie anella sanza gemme: 
chi nel viso de li uomini legge ‘omo’ 
ben avria quivi conosciuta l’emme.  
                         

(Pur. XXIII, 22-33)            

Dante e Virgilio in presenza dei golosi nel XXIII del Purgatorio

Continua… <— Parte I Parte III —>

L