Fenomenologia del tarantino

L’uomo tarantino rientra nella subcategoria dell’uomo meridionale, di cui egli è uno dei più fieri esponenti. Il tarantino, ossia l’abitante di Taranto, si distingue però da qualsiasi altro meridionale per delle caratteristiche uniche e inconfondibili. Può darsi che non tutti abbiano familiarità con certe latitudini ed è con questo spirito pieroangelesco che mi accingo a divulgare, a beneficio dei profani, le peculiarità culturali del tarantino. Il tarantino, bisogna sapere, è infatti sì meridionale, ma ha sviluppato negli anni una meridionalità tutta sua, in barba ai vicini baresi, ai più lontani cosentini e perfino ai remotissimi palermitani, che non potrebbero essere più diversi. Sbaglia – a mio parere non senza un fondo di razzismo – chi etichetta i meridionali come tutti uguali e li classifica in base ai soliti stereotipi quali inciviltà, nullafacenza e ignoranza. Tale giudizio, oltre ad essere offensivo, non potrebbe essere più lontano dal vero, perché in base alla mia esperienza, ogni meridionale ha il “suo” specifico grado di inciviltà, nullafacenza e ignoranza. E il tarantino non è da meno.

Il tarantino è incivile per definizione. Sporca quando può, e anche quando non può; lo fa persino volentieri. Ma lo fa con un’eleganza ammirevole e con una naturalezza senza pari, come se fosse un’attività necessaria quanto nutrirsi e respirare. I cumuli di spazzatura per lui non sono affatto un problema, finché non è costretto a cambiare corsia o marciapiede per evitarli. Allora si spazientisce, e non si può certo dargli torto. Pertanto la soluzione a cui egli ricorre – sovrana fra le creature – è di farsi carico altruisticamente del problema, e “scaricare” la monnezza in campagna, meglio ancora sulla via per il mare, a edificazione dei posteri che potranno ritrovare tra questi cumuli notizie dei loro predecessori. Davvero commovente è la caravana di automobili che al tramonto trasportano fuori città i nuovi tarantini che vogliono contribuire allo sviluppo della catasta col desiderio di emulare la grandiosità delle generazioni passate.

Il tarantino inoltre urla invece di parlare, ma non per colpa sua. Lo fa perché la natura lo ha dotato di corde vocali sovrannaturali, completamente diverse da quelle di un bellunese o di un valdostano. E’ il suo tono di voce normale. In spiaggia, per strada, in macchina. I tarantini urlano quando devono comunicare tra loro, per scambiarsi messaggi importanti come l’ultima vittoria della Juve e i dettagli di una recente conquista amorosa. Sono tutte informazioni che richiedono una certa enfasi, che non si possono certo trasmettere in forma anonima, come la morale traviata della società vorrebbe. Quando il tarantino sente qualcuno parlare a un tono di voce più basso del suo ammutolisce e lo guarda con giustificato disprezzo, come se si trattasse di un essere inferiore, incapace di raggiungere le vette delle sue prodezze acustiche. Dotato di siffatte trombe naturali, il tarantino le usa, anche orgogliosamente, dovunque capiti, condividendo col prossimo ciò che gli sta a cuore in quel momento. Senza queste preziose testimonianze non potremmo apprezzare un talento che altrimenti andrebbe sprecato.

Ma se c’è un campo nel quale il tarantino non ha davvero pari è quello della guida. Il tarantino ha il merito di aver elaborato un codice della strada tutto suo, ben più evoluto di quello che si usa nel resto della Penisola. Strisce pedonali, semafori, sensi unici, precedenze, stop. Sono arcaismi superati da tempo a Taranto, dove chiunque intenda mettersi alla prova, troverà pane per i suoi denti, perché il tarantino in macchina non ha rivali. Sorpassa dove non può sorpassare, usa il clacson al posto della freccia, parcheggia appena sente lo stimolo di fermarsi, disinvolto e spontaneo come un artista in preda a un raptus creativo. Una tale libertà di espressione ha reso il tarantino un virtuoso del volante, un Monet delle quattro ruote, un Picasso dei motori, che solo pochissimi sono in grado di apprezzare. Certo, molti potrebbero sudare freddo dinanzi a una tale spregiudicatezza e le malelingue potrebbero addirittura trovarla fuori luogo. Ma sarebbe uno sbaglio, perché è il resto del Paese che si avvale ancora di un codice automobilistico vetusto, desueto, inapplicabile al fervido genio del Nostro che, rallentato da una simile gabbia di regole, si è creato uno stile tutto suo, più libero e meno coercitivo, nel quale le multe sono orpelli di cui ci si sbarazza con una semplice telefonata e gli autovelox inopportuni ostacoli, sulla strada che conduce al capolavoro.

Il tarantino poi si esprime quasi sempre in dialetto. Ha scarsa dimestichezza con l’italiano che adopera solo quando vi è costretto. Se può ritorna subito al dialetto, col quale si sente a suo agio e che lo protegge dalla barbarie della lingua franca e dagli incomodi dei vernacoli forestieri. D’altronde, per il tarantino qualunque lingua di qualsiasi altra città è una lingua sconosciuta. Fortunatamente il suono aulico del dialetto ci fa presto dimenticare quanto sia rozza la lingua di Dante e Petrarca e quanto invece sia più bello sentir litigare due persone in spiaggia, magari per un parcheggio rubato, o anche assistere al vivace scambio di opinioni al mercato rionale, davanti al banco della verdura. Roba da far ammutolire il Vate e vergonare un Manzoni.

Altro campo di eccellenza del tarantino, razza a questo punto superiore, è quella del portamento, che racchiude un po’ tutto ciò che è stato detto finora. Il tarantino doc, il tarantino verace, cioè quello nato e cresciuto a bordo mare, allevato a cozze e Primitivo, frequentatore dello stadio Iacovone, consumatore abituale di birra Raffo e panzerotti, possibilmente impiegato alle poste o in qualche atavico ufficio statale, con una modesta rendita di falsa invalidità, pensione di reversibilità e amicizie ministeriali assortite, si riconosce anche per i suoi connotati. Ha infatti il capello corto, stile militare, e il baffo. Esibisce poi un ventre gonfio, che se si cela sonnacchioso sotto i vestiti di inverno, riappare lucido e abbronzato d’estate, quando il tarantino può finalmente mettersi il costume a mutanda e le mani sui fianchi, e contemplare l’orizzonte, ponderando chissà quali metafisiche esistenziali. Orgoglioso di tanto ventre, non appena finisce il suo lauto pasto in spiaggia, si alza dal tavolino da campeggio e si posiziona fiero come un adone sul bagnasciuga, quasi a dire “e ora non ce n’è per nessuno”. In città invece, quando tocca rientrare dalla villeggiatura ma fa ancora caldo – cioè fino ad ottobre inoltrato – il tarantino si ostina a girare coi bermuda e il borsello a tracolla, veri e propri segni di testosteronica mascolinità.

Il tarantino sa tutto, ha un’opinione su qualsiasi materia. Dall’alto della sua conoscenza quasi enciclopedica del mondo, maturata dopo anni di mangiate di pesce e discussioni al bar, è in grado di spaziare dalla politica all’economia, dallo sport alla finanza, dalla medicina all’istruzione, dalla musica al cinema, e tenere testa a fior fior di specialisti. Il tarantino, ancor più dell’italiano medio, è versato in ogni branca del sapere, a cui si aggiunge la sua frequentazione abituale di Facebook, che sicuramente ha rafforzato lo spessore delle sue argomentazioni, rendendolo un avversario temutissimo da professori e studiosi di stirpe, nonché un campione di dialettica.

Insomma, nella razza del tarantino si sono condensati millenni di evoluzione e selezione della specie. Quella che tutti noi possiamo ammirare oggi è una razza superiore, fisicamente e mentalmente, seconda a nessuna. Una partita biologica vinta dall’umanità che, complice la modestia, fatica a mostrarsi al mondo e a cui spero di aver reso anche solo un briciolo di giustizia con questa mia farraginosa indagine fenomenologica. Non senza un pizzico di presunzione voglio rivelare di far parte anch’io di questa specie di uomini superiori, benché mi sia trasferito altrove da piccolo, inquinando quindi irreparabilmente il mio sangue, ma quando vi ritorno per qualche giorno di vacanza non manco mai di ammirare con gelosia chi prospera ancora in questa culla del progresso.

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Un capolavoro