May Day, May Day. Aiuto, l’Inghilterra affonda. Il Primo Ministro Theresa May ha appena annunciato le proprie dimissioni mentre il paese si avvia verso una hard brexit, cioè verso una Brexit senza accordo. Significa che tra poco l’Inghilterra non farà più parte dell’Unione Europea e starà alla sua bravura (o meno) stipulare accordi con i ventisei paesi ancora parte dell’UE. Tuttavia sarà inevitabile che, quantomeno all’inizio, si verifichino disagi: rialzo dei prezzi, aumento della burocrazia, rischio di paralisi nei trasporti e nell’assicurare la fornitura di merci e servizi, problemi di documenti per chi viaggia avanti e indietro, per gli stranieri che risiedono nel Regno Unito e per gli inglesi che vivono fuori dai confini nazionali, perdita di valore della sterlina, fuga delle multinazionali per evitare i dazi ecc.
Insomma, il panorama non è dei migliori. Eppure, c’è ancora una piccola isola felice nascosta nel cuore di un’isola invece molto preoccupata. Si tratta del Parlamento inglese, la cosiddetta House of Commons (la “camera dei comuni”, contrapposta alla House of Lords, la “camera dei Lord”). La House of Lords non conta praticamente nulla. E’ composta da membri non eletti, vecchi bacucchi imbalsamati, vescovi, pari del regno e altri damerini pre-Rivoluzione francese. Serve solo a controbilanciare formalmente il volere del vero Parlamento, appunto quello della House of Commons, eletto invece democraticamente. Tuttavia la Camera dei Comuni non è proprio così comune. Vive ancora di rigide tradizioni secolari, come per esempio il Gentleman Usher of the Black Rod (per gli amici solo Black Rod), una sorta di nunzio della Regina che invita ogni anno i parlamentari a recarsi in un’altra sala per ascoltare il regnante di turno tenere il discorso di apertura dei lavori. I parlamentari per tradizione gli sbattono la porta in faccia prima che arrivi, gesto che simboleggia la fierezza del parlamento di fronte all’invadenza della corona. Il Black Rod bussa quindi tre volte con il bastone nero (da cui il suo nome) e si fa aprire. Arrivato al centro della sala pronuncia le stesse identiche parole da secoli: « Mr/Madam Speaker, The Queen commands this honourable House to attend Her Majesty immediately in the House of Peers ». Una sceneggiata che va avanti dalla fine della Guerra Civile nel 1651.
Un altro simbolo dei secoli che furono è la cosiddetta Cerimonial Mace ( la “mazza cerimoniale”), vale a dire un bastone riccamente ornato, in metallo o in legno, tenuto sul tavolo del Parlamento ad ogni seduta. Udite, udite: tutti i paesi di origine anglosassone seguono la regola del Parlamento del Regno Unito. Le loro rispettive camere parlamentari non possono legalmente riunirsi senza la presenza della mazza cerimoniale, dal momento che essa rappresenta l’autorità del sovrano. Pertanto le mazze, in tutti i Parlamenti del Commonwealth, dal Canada all’Australia, vengono portate all’entrata ed all’uscita di ogni sessione della Camera. Tra l’altro c’è da dire che si tratta di un oggetto che passa quasi inosservato…

Come la mazza e il Black Rod sopravvivono ancora tantissime tradizioni che il Parlamento Inglese non si sognerebbe mai di abolire, così fiero del proprio passato e della propria storia. Però mi chiedo se gli honorable gentlemen, come lo speaker della camera appella gli MP’s, si siano resi conto di quanto la loro gabbia di cianfrusaglie storiche abbia rallentato la discussione intorno a un tema così veloce come la Brexit. Più di una volta mi ha sorpreso l’evidente stonatura tra l’ampollosità tutta accademica e tutta formale del cedere o prendere la parola, tra un order! e un si accomodi, e la necessità di trovare rapidamente una soluzione. Invece l’House of Commons ha passato tre anni, cioè da quando ha vinto il fronte popolare del leave, a crogiolarsi nelle sue inutili conversazioni da te e biscotti delle 17, perdendosi in soporifere quanto insignificanti sottigliezze, probabilmente credendo di avere a disposizione tutto il tempo del mondo. Soprattutto in questi ultimi mesi, gli MP’s hanno sprecato sedute su sedute, votando se accettare un accordo con l’UE, se accettare di rifiutare un accordo, se rifiutare di accettare di rifiutare un accordo, e così via.
Fuori dalle mura di Westminster il popolo chiedeva una risposta. Dentro le mura qualcuno era (ed è) ancora convinto di vivere nel XVII secolo, che la formalità conti più della sostanza, che nulla – nemmeno lo spettro del baratro verso cui l’Inghilterra avanza al galoppo – potrà mai impedire che sul tavolo manchi la mazza cerimoniale o che si possa arrivare a contestare la posizione autorevolissima dello Speaker parlando da seduti…
C’è un’evidente contraddizione tra un Parlamento che rifiuta di mettersi al passo coi tempi e un paese invece che rischia di finire al collasso. Per quel poco che conosco gli inglesi, so che non c’è nulla che un buon English Tea non possa risolvere. Long Live The Queen!

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