“Il Re”, un parere onesto

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Timothée Chalamet in una scena del film “The King” di Netflix

Ho visto un Re. Sa l’ha vist cus’e’? risponderebbe forse qualcuno. Però sì, ho visto un Re, anzi Il Re, il film realizzato da Netflix intorno alle gesta del re anglosassone Enrico V. A vestire i panni del monarca c’è il giovane attore statunitense Timothée Chalamet, astro nascente di Hollywood, acclamato di recente per la sua interpretazione in Call me by your name (preferisco usare i titoli originali perché fafffigo). Vorrei dirvi ora quello che penso della produzione firmata Netflix.

Dunque, da medievista premetterò che sono abbastanza esigente quando si tratta di film storici e ancor di più quando si tratta di film di ambientazione medievale. Giusto per capirci: film tipo Il Signore degli Anelli e serie come Il Trono di Spade per me non hanno nulla di storico e vanno ascritte al genere ‘fantasy’. Ritengo anche che un vero storico dovrebbe astenersi dal guardarli se non vuole giocarsi il (mio) rispetto. Sto scherzando (forse). Detto questo, mi rendo conto che non si può essere troppo severi quando si deve vendere un film al pubblico e che forse le famigliole che vanno al cinema la domenica e le coppiette di influencer troverebbero noioso un film che rasenti troppo il documentario sul Medioevo e che sia poco ‘movimentato’ (#tooboring, #medioevosucks). C’è però modo e modo di fare un film e un po’ di accuratezza storica non ha mai ucciso nessuno. Fino ad ora…

Inizierò da ciò che ho apprezzato. Il film racconta in maniera linearmente coerente la salita al trono di Enrico di Monmouth, mal vista da un padre ottuso che non condivide il carattere cupo e pericolosamente ascetico del suo primogenito, fino all’affermazione di questi come Re. Chalamet riesce a rendere efficacemente il contrasto tra la personalità quieta ma ambiziosa del futuro Enrico V e i timori del reale entourage, composto da bricconi ancora legati allo status quo che li ha arricchiti e ingrassati, e diffidenti nei confronti di un re così giovane e tanto desideroso di imporre uno stacco netto dal vecchio corso. Lo sguardo e la recitazione del protagonista, nonostante la giovane età, fanno assaporare quell’aria un po’ maledettamente shakespeariana che segue tutta l’ascesa di Enrico V, raccontata dal Bardo nell’omonima opera. Ho poi goduto molto della fotografia che si dimostra sapiente. Londra si presenta in tutta la sua fangosa maestà; gli alloggi della corte sono cautamente spogli e tuttavia arredati con notevole precisione, come dovevano essere all’epoca; gli abiti non sono pacchiani; gli esterni a dir poco maestosi. I dialoghi sono a tratti brillanti, solo a tratti però. Voglio salvare con un dignitosissimo 6 lo sforzo di non storpiare (troppo) la lingua, considerando anche quanto sia difficile scrivere in un linguaggio che non può essere quello dei moderni rapper di strada ma nemmeno quello parlato nei drammi di Shakespeare o, diocenescampi, nei Canterbury Tales di Chaucer, che risalgono più o meno allo stesso periodo. Probabilmente, se a qualche pazzo venisse in mente di scrivere un film in inglese medievale solo uno spettatore su dieci ci capirebbe qualcosa. Ho trovato poi davvero ben confezionato e convincente il personaggio di John Falstaff, consigliere e amico di Enrico V. Il personaggio viene presentato come una creatura a metà tra Little John e Frate Tuck, un po’ orso Baloo e un po’ Baaghera, con una vena malinconica ma bonaria, che sembra voler fare da padre a quel ragazzo che lotta per diventare re. Le sue poche battute si incastonano perfettamente in ogni scena col risultato che ci si affeziona inevitabilmente al burbero ubriacone che si redime cadendo in battaglia per il suo paese e per il suo re. Già, la battaglia, La Battaglia. Azincourt.

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La Battaglia di Azincourt praticamente decise le sorti della Guerra dei Cent’anni tra Inghilterra e Francia e si chiuse con la clamorosa vittoria degli inglesi, inferiori per numero ed equipaggiamento ai francesi che giocavano in casa. Ma gli inglesi avevano dalla loro un’arma semplice quanto formidabile, con la quale compierono una vera carneficina: l’arco lungo (il famoso longbow). Fu lo strumento decisivo quel giorno

Nel film la battaglia è stata realizzata magistralmente. La location è una zona all’aperto circondata da boschi nei quali gli inglesi possono nascondersi in attesa di passare alla controffensiva (ho letto da qualche parte che è stata girata in Ungheria). Il clima piovoso della notte precedente rende il luogo un pantano nel quale le truppe inglesi affondano e si incagliano, esponendosi alla pioggia di frecce mortali che si abbatte da ogni lato sulla loro testa. Come si vede dal filmato che ho riportato sopra, la battaglia viene inserita nel film tra due scene significative di tête-à-tête tra Enrico V e il Delfino del re di Francia, Luigi di Valois, interpretato qui da Robert Pattinson. Insomma, la battaglia va come deve andare (o perlomeno così dicono). I francesi, pieni di spocchia (strano eh?), arrancano nel fango e vengono trucidati impietosamente dagli inglesi che all’epoca sembravano molto più interessati all’Europa di quanto non lo siano ora. Tra i due prevale per maturità il giovane Hal, futuro Enrico V, sull’immaturo quanto imbarazzante Delfino curioso francese. Sul campo di battaglia avviene finalmente la trasformazione del giovane Hal in Re e finalmente il popolo lo riconosce come tale. Ma veniamo alla parte succosa della recensione, quella sui difetti del film.

Vorrei soffermarmi sulla figura del Delfino di Francia, come detto interpretato da Robert Pattinson. Consiglierei all’attore britannico di lasciar perdere i drammi in costume e di rimanere nell’ambito dei vampiri, anche perché i delfini mi stanno simpatici e non vorrei rovinarmene il ricordo. Il suo tentativo di rendere il principe un Joker ante-litteram secondo me è scadente, quasi quanto il suo esilarante accento francese. Anzi no, il suo accento francese è decisamente peggiore. Non so come l’abbiano reso in italiano, ma guardando il film in originale ci si accorge che Timothée Chalamet ha molte più battute in francese di Robert Pattinson che a dire il vero, se ricordo bene, dice soltanto “Les imbéciles” prima della battaglia (che a me fa venire in mente “Tu sei quello che i francesi chiamano les incompétents” di Mamma ho perso l’aereo, NdA). A questo punto mi viene il dubbio che Robert abbia volutamente esagerato il personaggio per renderlo ancora più stolido. Ma non ne esce trionfalmente e a me resta il dubbio che sia semplicemente un idiota. Dico il vampiro, non il delfino. Povero delfino.

Per il resto, a parte la battaglia che smuove il ritmo del film, c’è poco brio dietro il tono a volte spento di Timothée, che ha ogni tanto quell’espressione da triglia nei primi piani. Timothée sembra avere due sole espressioni, con i capelli lunghi o con i capelli corti, come si diceva di Clint Eastwood, che avesse solo due espressioni, con e senza cappello. Parla francese da madrelingua e rende bene la tensione spirituale del re, ma quando non urla (nell’arringare ad esempio l’esercito) non si capisce bene che cosa faccia. Meno male che c’è John Falstaff a dare profondità alla recitazione, che altrimenti sarebbe persa in un labirinto machiavelico di mezzi personaggi che poco aggiungono alla trama, come la moglie di Enrico V, Caterina di Valois (bella e insipida) e il consigliere-traditore William Gascoigne, ucciso alla fine da Enrico.

Ritrovo, infine, sempre lo stesso modo di maneggiare il Medioevo ‘per stereotipi’, mutuando non so più se dai romanzi fantastici o dai cartoni della Disney le classiche figure dell’ubriacone, dell’infido traditore, del bonaccione, del giovane che deve farsi le ossa, del sapiente e così via. Il Medioevo era ben altro. Ma questa è un’altra storia. Buona visione.

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