Kiss(inger) My Ass!

Pochi giorni fa Henry Kissinger spegneva 100 candeline. Nato in Germania nel ’23, da una donna delle pulizie e da un insegnante, nemmeno lui avrebbe sognato un giorno di diventare Henry Kissinger. Quel Kissinger. Professore ad Harvard, consulente di Nixon e Ford. L’eminenza grigia più potente del Novecento. L’uomo, l’unico uomo – si dice – in grado di fermare una guerra.

Henry Kissinger alla Casa Bianca a Washington negli anni ’70

Che Kissinger abbia vissuto da cinico lo sanno tutti. Per un periodo piuttosto lungo, Henry Kissinger è stato l’uomo a sapere più cose, perfino più dei presidenti che hanno voluto la sua lingua argentata vicino all’orecchio, affinché dicesse loro cosa fare e cosa non fare. E Kissinger, ovviamente, oltreché umanamente, si è fatto ladro. Nel senso che l’invito era troppo allettante perché non sfruttasse ogni centimetro quadrato della sua enorme influenza per far pendere l’ago su questo o quel piatto, per imprimere una frenata o un’accelerazione, a questo o a quell’affare, giocando al potere come un bambino con un mondo fittizio di cui si immagini artefice, come quel Dio che secondo Einstein non avrebbe motivo di tirare i dadi quando sa già che succederà. Senza che nessuno gli abbia mai detto niente. E senza che nessuno si sentisse autorizzato a chiedergliene conto. Nemmeno il Presidente degli Stati Uniti.

Kissinger insieme a Richard Nixon

La sua intelligenza sottile, la sua tendenza a calcolare tutto, più freddo di un computer sovietico, valutando tutte le possibili conseguenze, erano il marchio della sua politica estera. Per anni il cervello di Kissinger è stato oggetto di speculazioni. Com’è possibile che un uomo esprima giudizi sempre così acuti, che quasi sempre ci prendono? Non è umano. Merito di un’innata bravura – forse dovuta alla combinazione di arguzia giudaica e teutonica precisione – o si è trattato piuttosto di una lunga serie di felici previsioni che si sono poi rivelate esatte? Per dirne una, fu Kissinger a volere che l’America si aprisse alla Cina, sottolineando quanto entrambe avessero da guadagnarci. Gli accordi tra USA e Cina (promossi da Kissinger nel ‘72) resistono ancora oggi.

Oriana Fallaci chiese il permesso di intervistare Kissinger. Il professore, da poco insediatosi alla Casa Bianca sotto Nixon, non ebbe motivo di rifiutare. Non fu semplice mettersi intorno a un tavolo. Kissinger era presissimo. Il suo telefono squillava di continuo. La Fallaci era una giovane giornalista italiana, già famosa in Europa, ma ancora sconosciuta negli Stati Uniti. L’intervista fu interrotta più volte. La Fallaci stava quasi per rinunciare. Le sembrava di mendicare. Infuocata inoltre da un carattere fumantino, all’ennesimo squillo del telefono, ebbe per un attimo il piede fuori dalla porta.

Una giovane Oriana Fallaci

Tuttavia, l’occasione era troppo ghiotta per abbandonare quell’ufficio senza aver raccolto la testimonianza dell’uomo che aveva sicuramente qualcosa da dire. Magari qualcosa che nessuno sapeva. Roba di una guerra terribile, visto che coinvolgeva, in un minuscolo lembo di Asia chiamato Vietnam, la Russia e gli Stati Uniti.

Kissinger e la Fallaci si studiarono a lungo. Due sottilissimi strateghi. Due campioni nei loro campi. La Fallaci era sul punto di diventare l’unica donna capace di far parlare il più reticente, calibrando insistenza e menefreghismo (“Benissimo, allora non me lo dica!“), anche di fronte al più arcigno capo di stato, verso il quale era incapace di tremare. Vedi Khomeini.

E Kissinger? Beh, la sua dote principale era l’uso di una dialettica sorda. Anzi muta che, senza bisogno della parola, svuotava l’interlocutore di ogni ritegno, facendolo sentire davanti a un prete confessore, in presenza del quale era meglio vuotare il sacco e sperare di venire assolti.

Entrambi sulla difensiva. Entrambi che aspettavano la prima mossa dell’altro.

L’intervista si apre con un resoconto della Fallaci della sua prima impressione di Kissinger. Non certo positiva: “Qui mi dimenticò mettendosi a leggere, le spalle voltate, un lungo dattiloscritto. Era un po’ imbarazzante restarmene lì in mezzo alla stanza, mentre lui leggeva il dattiloscritto e mi voltava le spalle. Era anche sciocco, villano da parte sua. Però la cosa mi permise di studiarlo prima che lui studiasse me. E non solo per scoprire che non è seducente, così basso e tarchiato e oppresso da quel testone di ariete: per scoprire, ecco, che non è affatto disinvolto, né sicuro di sé. Prima di affrontare qualcuno, egli ha bisogno di prendere tempo e proteggersi con la sua autorità. Fenomenofrequente nei timidi che vogliono nascondere d’essere timidi e in tale sforzo finiscono col sembrare sgarbati. O esserlo davvero. Esaurita la lettura di quel dattiloscritto, meticolosa e attenta a giudicar dal tempo che vi impiegò, si voltò finalmente verso di me e m’invitò a seder sul divano. Poi sedette sulla poltrona accanto, più alta del divano, e da questa posizione strategica, di privilegio, cominciò a interrogarmi: col tono di un professore che fa l’esame a un allievo di cui si fida poco. Assomigliava, ricordo, al mio insegnante di matematica e fisica presso il liceo Galilei di Firenze: individuo che odiavo perché si divertiva a farmi paura, fissandomi con ironia dietro gli occhiali. Di quel professore aveva perfino la voce baritonale, anzi gutturale, e il modo di appoggiarsi alla spalliera della poltrona cingendola col braccio destro, il gesto di accavallare le gambe mentre la giacca si tira dispettosamente sul ventre e rischia di far saltare i bottoni. Se voleva mettermi a disagio, ciriuscì in modo perfetto. L’incubo dei miei giorni di scuola mi aggredì al punto che, a ogni sua domanda, pensavo: “Oddio, saprò rispondere?“.

Sono solo le schermaglie iniziali. La Fallaci lo pungola subito e tra i due sono subito scintille. E’ però Kissinger a intervistare la reporter italiana, chiedendole un parere sui generali vietnamiti, sul primo ministro pakistano, su Indira Gandhi. Oriana Fallaci risponde. Per niente intimorita. Alla fine, passato quella specie di esame, si arriva a parlare di guerra.

Per il consigliere di Nixon la guerra era virilità. Per la Fallaci invece no. Come ebbe a scrivere in Niente e così sia, incentrato sulle atrocità del Vietnam. Non c’era niente di meno razionale, e di meno umano della guerra. Figuriamoci un bagliore di virilità.

Kissinger non voleva la pace in Vietnam. Non ancora. Era presto. Chissà quali macchinazioni gli frullavano in testa.

Sul Vietnam, ovvio, non poteva dirmi di più e mi stupisco che abbia detto tanto: che quella guerra finisse o continuasse non dipendeva solo da lui ed egli non poteva permettersi il lusso di compromettere tutto con una parola di piu. Su se stesso però non aveva certi problemi e, tuttavia, ogni qualvolta gli rivolgevo una domanda precisa, si irrigidiva e sfuggiva come un’anguilla. Un’anguilla più ghiaccia del ghiaccio. Dio, che uomo di ghiaccio.

Kissinger le spiegò la complessità della situazione. Da un lato non bisognava perder la faccia. Dall’altro bisognava portare a casa qualcosa. Per casa si intendeva ovviamente l’Occidente buono e santo. La guerra in fondo è sempre stato un affare complesso. Di una semplicità spesso disarmante.

Non volete mettervi in testa che tutto sta procedendo come io ho sempre pensato dal momento in cui ho detto che la pace era a portata di mano. Allora calcolai un paio di settimane, mi sembra. Ma anche se dovessero essere di più. Basta, non voglio parlare più del Vietnam. Non posso permettermelo, in questo momento. Ogni parola che dico diventa notizia.”

Gli Stati Uniti sostenevano le truppe del Nord. I Russi quelle del Sud. La contrapposizione era anche ideologica. Blocco capitalista contro blocco comunista. Su terreno neutro, ovviamente, perché da che mondo e mondo nelle guerre devono morire gli innocenti, non i colpevoli. Questi erano gli effetti collateralli della guerra. Diremmo, le sue inevitabili conseguenze. Perché si affermi un’ideologia, bisogna prima versare del sangue. Di solito, più sangue si versa, più giusta è l’ideologia.

Mentre Kissinger illustrava il crudo cinismo della guerra, pardon, dell’ideologia, la Fallaci lo rintuzzava. Lei dopotutto non era una che si faceva infinocchiare dalle astruse metafisiche dei politici. Specialmente quelle che puzzavano di affari.

Ma chi muore, chi sta morendo, ha fretta, dottor Kissinger. Sui giornali di stamane c’era una fotografia tremenda: quella di un giovanissimo vietcong morto due giorni dopo il 31 ottobre. E poi c’era una notizia tremenda: quella dei ventidue americani morti sull’elicottero abbattuto da una granata vietcong, tre giorni dopo il 31 ottobre. E mentre lei condanna la fretta, il dipartimento americano della Difesa invia nuove armi e nuove munizioni a Thieu. Hanoi fa lo stesso.

Tutte interpretazioni sbagliate. “Fallaci”, si potrebbe quasi dire.

Quello era inevitabile. Succede sempre prima di un cessate il fuoco. Non ricorda le manovre che avvennero nel Medio Oriente al momento del cessate il fuoco? Durarono almeno due anni. Sa, il fatto che noi si mandi altre armi a Saigon e che Hanoi mandi altre armi ai nord vietnamiti installati nel Sud Vietnam non significa nulla. Nulla. Nulla. E non mi faccia parlare ancora del Vietnam, la prego.

Kissinger non era un pacifista. Inutile perciò accusarlo di essere un guerrafondaio, quando non ebbe mai a indossare i panni immacolati di una simile religione. E coi pacifisti, gli chiese dunque la Fallaci, che rapporti aveva?

I soli pacifisti con cui accetto di parlare sono coloro che sopportano fino in fondo le conseguenze della non violenza. Ma anche con loro ci parlo volentieri solo per dirgli che saranno schiacciati dalla volontà dei più forti e che il loro pacifismo può portarli soltanto a orribili sofferenze. La guerra non è un’astrazione, è qualcosa che dipende dalle condizioni. La guerra contro Hitler, ad esempio, era necessaria. Con ciò non voglio dire che la guerra sia di per sé necessaria, che le nazioni debbono farla per mantenere la loro virilità. Voglio dire che esistono princìpi per i quali le nazioni devono essere preparate a combattere.

L’intervista alla fine si rivelò a poco a poco come la cartina al tornasole di un’umanità sempre uguale, ombra e spauracchio di se stessa, manifesto di ciò che sappiamo tutti, di un’immutabile staticità che attraversando i millenni conferma ogni volta la validità del teorema. Che senso aveva dunque chiedersi se questa, o un’altra, o la prossima, fosse una guerra giusta?

Su questo posso essere d’accordo. Ma non dimentichiamo che la ragione per cui entrammo in quella guerra fu per impedire che il Sud fosse mangiato dal Nord, fu per permettere che il Sud restasse al Sud. Naturalmente con ciò non voglio dire che il nostro obbiettivo fosse solo questo. Fu anche qualcosa di più. Ma oggi io non sono nella posizione di giudicare se la guerra in Vietnam sia stata giusta o no, se entrarci sia stato utile o inutile.

Neppure Kissinger sapeva perché si combatteva. Eppure si combatteva. Si doveva combattere. Ieri in Vietnam, oggi in Ucraina. Muovere i fili di esistenze lontane migliaia di chilometri, per determinare la giustezza di un ideale, la bontà di un principio. Nel fratemmpo, chi se ne frega dei morti, della distruzione e dei massacri, della povertà che la guerra si lascia dietro.

Kissinger senza dirlo lo aveva detto, e la Fallaci senza scriverlo lo aveva capito. Non le era bastata una vita ad accettarlo, ma già allora lo aveva capito, che l’Uomo non si sarebbe fermato e che lei non avrebbe fatto in tempo a vedere l’ultima guerra. E se è per questo neanche noi.

L’intelligenza non è poi così importante nell’esercizio del potere e, spesso, addirittura non serve. Allo stesso modo di un capo di Stato, un tipo che fa il mio mestiere non ha bisogno d’essere troppo intelligente.”

Kissinger aveva ragione. Nella guerra l’intelligenza non c’entra proprio niente. Si veda un Biden, rincoglionito come un nonno ubriaco dopo il cenone di Natale, che però quando c’è da alimentare una guerra per procura, diventa più acuto di uno spillo. E un Putin, ancora più spregiudicato, a soffiare col mantice su questa catastrofe. Nessuno dei due si fermerà prima di aver portato se stesso, e il resto del mondo, nel baratro.

Kissinger non era acuto. Era solo estremamente razionale. Lo è ancora, seppure centenario, e bisognerebbe chiedergli che cosa pensa oggi di questa guerra. Sono sicuro che la sua sarebbe una risposta attendista. “Chissà, dobbiamo aspettare. Lasciamo che l’ideologia faccia il suo corso“.

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La guerra assurda

Che nessuna guerra abbia senso è un dato di fatto, ma che questa sia particolarmente – e inutilmente – assurda, è sotto gli occhi di ognuno. Perfino più assurda dei conflitti in Afganistan, Iraq e Siria, gli ultimi in ordine di tempo, i cui attori principali sono sempre loro: i buoni (l’Occidente) e i cattivi (tutti gli altri).

Mossa da motivazioni che solo Putin conosce, la guerra in Ucraina ci impone riflessioni serie e pazienti, ci invita a guardarci dentro e a chiederci, tra le tante cose, da che parte stiamo. Perché è impossibile non schierarsi, è impossibile non farsi un’idea, è impossibile non pensare a come questo evento drammatico abbia cambiato per sempre le nostre vite.

Personalmente, questa guerra mi ha fatto pensare a varie cose. Innanzitutto che è una guerra di Putin. Solo Putin la vuole, e nessun altro. E’ quasi sicuramente il canto del cigno di un uomo solo, triste e (forse) malato che, come Sansone, intende trascinarsi nella tomba l’umanità intera per la paura – umanissima – di venire dimenticato. Putin da stratega è diventato dittatore, da genio politico si è trasformato in autarca spietato e assassino, capace di uccidere a cuor leggero centinaia di innocenti, tra cui bambini, nel tentativo di annettere un popolo che si faceva i fatti suoi, un popolo sovrano, e per dare corpo a questo suo desiderio è disposto a tutto. Così però Putin ha perso qualsiasi credibilità a livello internazionale e si condannato con le sue stesse mani a finire nel più classico dei modi, quello riservato ai dittatori, il modo che dà più sollievo a chi è stato oppresso e calpestato, ossia quello che non prevede, per sua sfortuna, alcun lieto fine.

Putin con la sua scelta scellerata ha cambiato faccia al mondo. Ha tanto per cominciare stravolto l’identità russa, suscitando indignazione e sgomento, perfino tra i russi, che non sono più disposti a ingoiare in silenzio le decisioni dell’autarcato. Questo soprattutto è vero per le nuove generazioni, che sono nate e cresciute dopo la caduta del muro di Berlino, in un paese relativamente libero e che si sono perciò abituate a uno stile di vita più fresco, a comportarsi secondo il modello occidentale, a viaggiare fuori dai propri confini, a navigare in internet, a esprimersi senza il pericolo della censura. La scelta di Putin, comunque la si veda, è di fatto una scelta anacronistica. Per farcene una ragione, dobbiamo pensare che si tratta della mentalità di un’ex spia del KGB, incomprensibile se separata dalla sua cornice storica, in cui cose come “guerra fredda ” e “cortina di ferro” rimandano a nozioni tanto comuni quanto lo erano le previsioni del tempo all’ora di cena.

Aldilà del dispiacere che tutti noi proviamo per un popolo, quello russo, che non vuole la guerra perpetrata dal suo padrone e che si vede costretto a subire la minaccia di ritorsioni terribili, il dispiacere più grande è tutto per il popolo ucraino, costretto alla fuga, a nascondersi sottoterra, a combattere per strada, con armi di fortuna, senza aver ricevuto alcun addestramento, a vedersi violato in casa propria, ad assistere impotente allo sterminio di donne e bambini, a cui era stata promessa la salvezza e che invece, per volere dello zar, viene regalata in cambio una morte feroce che sa tanto di genocidio.

E’ poi anche la guerra dei social. Fa strano, penso non solo a me, assistere a una guerra vista dietro gli schermi di Instagram e TikTok e commentata dalle stesse persone che il giorno prima parlavano di diete e programmi di allenamento. Questo, oltre a farci piovere addosso tonnellate di frammenti sparsi di storie, ci colloca in prima linea sul fronte e rende questo evento un fatto crudelmente tangibile. Grazie ai social, chiunque è spettatore attivo di una guerra altrimenti distorta dall’informazione di regime e corrotta dai canali dell’una o dell’altra parte. E’ perciò una guerra diretta, senza filtri, senza commenti, senza abbellimenti. I cadaveri riversi per terra arrivano sugli smartphone, così come le bombe e i missili che piovono su asili nido, ospedali e condomini di periferia. Questo forse Putin non lo aveva previsto ed è dovuto quindi correre ai ripari, portando le lancette del suo paese indietro di trent’anni, per non trovarsi a dover fronteggiare una guerra anche nel suo giardino, contro un popolo esasperato da atrocità trasmesse live a qualsiasi ora. Mi domando se tutto ciò non minerà come un virus la fiducia fabbricata ad arte dalla sua personale macchina del consenso, intorno a un criminale sempre più isolato.

E’ inoltre la guerra delle reazioni sensazionali e delle cordate di solidarietà. L’Ucraina ha commosso il mondo intero. Ha affrettato la mobilitazione dell’Europa e degli Stati Uniti, di persone famose e di perfetti sconosciuti. Vedendo le immagini degli attacchi, ci siamo sentiti tutti vicini al popolo ucraino e ci siamo sentiti ugualmente impotenti dinanzi alla sfacciata arroganza dell’invasore. Perfino Anonymous si è mobilitato. Si sono mobilitate associazioni sportive, società, stati che mai prima d’ora avevano assunto una posizione in merito a un attacco militare. Bello vedere come la solidarietà abbia unito il fronte degli avversari di Putin. Meno bello è stato vedere che purtroppo nazioni come la Cina e l’India non hanno condannato in maniera altrettanto forte Putin ma gli hanno offerto il fianco, se non proprio un aiuto, mettendo davanti i loro interessi economici. D’altronde il mondo è anche questo, calcolo freddo e spietato di ciò che conviene rispetto a ciò che non conviene. Non conviene a costoro evidentemente inimicarsi la Russia.

Questa guerra avrà inevitabili ripercussioni di carattere economico e ambientale. Rallenterà o bloccherà del tutto la conversione del pianeta alle energie rinnovabili, condannandoci quindi ad un’estinzione annunciata, perché le risorse, le poche risorse che avevamo racimolato dopo due anni di pandemia, dovranno essere destinate in larga parte a spese belliche. Se non è ingiustizia questa – certo non paragonabile alla morte dei civili in Ucraina – mi chiedo però che cosa sia. Putin ha decretato di suo pugno la fine del mondo come noi lo conosciamo. Tale è il suo potere. Tale la sua follia.

Rimangono poi le considerazioni più spicciole che non varebbe nemmeno la pena ricordare. Sì, è stato commovente il discorso di Draghi alla camera i primi giorni dell’invasione. Grottesco e umiliante il ruolo di Di Maio agli esteri (il “fuoriluogo”, come mi piace chiamarlo), seduto al tavolo dei negoziati di fronte a un gigante della diplomazia come Lavrov. Per non parlare della ridicola spedizione di quell’altro burattino di Salvini, sbarcato in Polonia per cavalcare, com’è nel suo stile, la tragedia in corso e raccogliere qualche misero voto alle prossime elezioni. Insomma, la nostra classe politica non è all’altezza della situazione (di nessuna situazione, ora che ci penso).

Ma è il confronto con il passato che più mi intristisce. Pensare che Putin discenda in linea quasi diretta da un Tolstoj o da un Dostoevskij, ma che è venuto fuori come un pazzo guerrafondaio è oltremodo desolante. Pensare che i russi abbiano scritto le pagine più belle della letteratura mondiale mentre ora stanno scrivendo le più cupe. Mi riesce impossibile non ritornare alle lunghe serate piegato su Guerra e Pace, a commuovermi per la bellezza di un racconto in grado di descrivere l’uomo meglio di qualunque enciclopedia o atlante medico, di definire per sempre, per noi occidentali, i concetti di storia e di religione, e raccontarci nel frattempo meglio di un quadro com’era la vita nelle corti principesche dell’800 e dentro le trincee sotto Napoleone. Ma non c’è solo Tolstoj, a cui penso incessantemente. C’è sempre là, in controluce, l’altro padre della nostra letteratura, il Dostoevskij dei Fratelli Karamazov, di Resurrezione e di Delitto e Castigo. Lo scopritore delle contraddizioni e delle involuzioni della mente, della bassezza e della pochezza, degli inganni che ci tendiamo da soli e delle vette che pur potendo raggiungere, non tocchiamo mai. A lui devo ciò che ho capito di me stesso e della mente umana.

I loro capolavori rimangono a mio avviso un immenso affresco, il più bello mai scritto, di un’epopea attualissima, che attraversa gli inestinguibili ardori di Guerra e Pace (che davvero avrei voluto non finisse mai), la tragedia di Anna Karenina, per arrivare a maestri altrettanto immortali come Cechov e Gogol (quest’ultimo nato in Ucraina ma che scriveva in russo), che a loro volta ci hanno regalato racconti sublimi, per acume e lungimiranza. Mi viene da pensare subito al romanzo Anime Morte e alla novella Il Cappotto, che in poche pagine descrive la definitiva solitudine dell’esistenza. Debbo a ciascuno di loro una parte di quel che sono, debbo il calore di un ricordo o di un insegnamento. Mi hanno fatto ridere e sorridere, e soprattutto riflettere. Perché sarebbe sbagliato cedere alla tentazione di condannare un intero popolo e la sua tradizione per colpa di un singolo individuo. E questo ce lo rammenta Paolo Nori, insegnante di russo allo IULM di Milano, che per poco non si è visto sopprimere un ciclo di conferenze su Dostoevskij, nel timore da parte dell’università di suscitare inutili polemiche.

Quindi è sbagliato avercela coi russi. Dovremmo avercela invece con un russo: Putin. Colui che si è rivelato un mostro, colui il cui destino è appeso a un filo (o a una corda). Almeno questa è la piacevole illusione in cui mi cullo, colpevole nel mio piccolo di essere stato troppo a lungo a scuola da chi ha insegnato al mondo a sognare e a illudersi, a innamorarsi e soffrire, come il principe Bolkonskij della bella Nataša, a perdonare e a punire, come Raskòl’nikov con se stesso, e la cui memoria è stata tanto brutalmente oltraggiata da uno strappo improvviso e fatale, come un’esplosione in una notte di luna piena, una luna bella come la luna di Kiev.

Chissà se la luna
di Kiev
è bella
come la luna di Roma,
chissà se è la stessa
o soltanto sua sorella…

L

Considerazioni inattuali (e inconcludenti) sulla Terza Guerra Mondiale

Tanti decenni fa, nella famosa striscia di fumetti Peanuts, veniva introdotto un personaggio a dir poco marginale, quello di un gatto invisibile che viveva nella casa a fianco a quella di Snoopy. Si trattava, almeno stando alle descrizioni che ne faceva il leggendario bracchetto, di un gatto enorme e irascibile, ben poco incline alla solidarietà tra animali, e a cui proprio in virtù di queste caratteristiche avevano affibbiato il nomignolo di “World War II”. In Italiano lo avevano tradotto con Secondo Conflitto Mondiale. Snoopy lo faceva spesso arrabbiare, o quando impersonava il Barone Rosso (si riconosceva dalla sciarpa e dagli occhiali da aviatore e perché si sedeva a cavalcioni del tetto come se si fosse trovato a bordo di un bimotore) o quando alludeva, piuttosto frequentemente, al suo scarso coraggio.

Allora Secondo Conflitto Mondiale rispondeva di solito alle impertinenze del suo vicino con delle violente zampate. Ogni zampata era in grado di divellere buona parte della cuccia di Snoopy. Dobbiamo immaginarci quindi i due giardini collocati a distanza ravvicinata, sennò la gag non funziona. Ma il problema comunque non si pone: nell’universo dei Peanuts, il surreale prevale quasi sempre sulla logica. Ed è proprio questo a far ridere. Maggiore dunque lo sfottò lanciato all’indirizzo del gatto da parte di Snoopy-Barone Rosso (personaggio tra l’altro realmente esistito), maggiore la furia del rivale. Addirittura, in seguito a uno dei tanti scambi, Snoopy finisce col provocare talmente tanto l’erculeo felino, da rimediare una tale zampata che della sua cuccia non rimane altro che un bordino risicato.

Questa cosa mi ha sempre fatto scompisciare. Soprattutto perché a qualcuno è venuto in mente di chiamare un gatto Secondo Conflitto Mondiale. Ho sempre trovato i Peanuts geniali, per la loro vena irriverente e profondamente metaforica. Il gatto non si vede mai, così come non si vede quasi nulla di ciò che avviene intorno alla cuccia di Snoopy, però ce lo immaginiamo e ce lo immaginiamo in maniera molto vivida. Almeno io me lo immagino come un gatto enorme, con zampe e artigli possenti, se riesce, dal suo giardino, a scardinare una cuccia posta in un altro giardino. E forse era proprio questa l’idea dietro il nome, non assegnato certo a caso, di Secondo Conflitto Mondiale. Voglio credere che gli autori intendessero far ridere di qualcosa di estremamente serio, come la Seconda Guerra Mondiale, solo lasciandoci pensare a un vago richiamo che per ciascuno di noi evoca cose diverse. Che dire, geniale.

Mi chiedo oggi se Schulz avrebbe voglia di scherzare anche su un possibile “Terzo” Conflitto Mondiale. Mi chiedo anche quale forma sceglierebbe. Se penserebbe sempre alla fisionomia sfuggente di un gatto, o magari al profilo sgradevole di un topo. Secondo me si orienterebbe verso la seconda ipotesi. Sceglierebbe un bel sorcio o uno di quei rattoni di fogna. Sicuramente qualcosa di lurido.

Certo è che i tempi sono cambiati dai Peanuts. La leggerezza degli anni ’70, durante i quali si poteva scherzare su tutto o quasi, ha lasciato il posto a un pessimismo imperante e al dilagare di un politicamente corretto che mutila sul nascere qualsiasi slancio espressivo, perché, ammettiamolo, chi ha voglia di far incazzare il prossimo? Io no. Tutti hanno paura di offendere, anche involontariamente, una qualsiasi categoria esistente nel sistema solare e attirarsi l’odio di orde di bacchettoni da tastiera. Ecco, forse è più corretto se dicessi che oggi Schulz non disegnerebbe più, nauseato e schifato da un tale morboso rigurgito perbenista, affermatosi grazie ai giustizieri di internet e alla generazione del “teniamo la facciata pulita anche se dietro succedono le peggio cose”, che corrode come lebbra le fondamenta di una società malata. Per questo io Schulz lo capirei benissimo se non volesse disegnare e non lo biasimererei affatto. Anzi, condividerei in pieno il suo disgusto e di conseguenza la sua mancanza di interesse per una nuova parodia.

D’altronde, lo spettacolo non fa più ridere. Non mi fa ridere la comicità in televisione, non mi fanno ridere i comici su Instagram, Tik Tok o Facebook. Non mi fa più ridere l’umanità in generale. Il comico (o l’umorismo, se vogliamo salvare qualcosa di un’antica distinzione operata da Pirandello che, buon per lui, ci credeva ancora) si è tramutato in un disgusto al cui confronto il Sartre della Nausea era uno dei fratelli Marx. Disgusto per le tante, troppe cose, che non vanno. Disgusto in primis per lo scenario di una possibile guerra. Disgusto per l’approccio ottuso e bislacco che ognuno degli attori di questo dramma sta giocando.

Mi chiedo come sia possibile correre il rischio di una guerra nel 2022. Mi chiedo, con ancora più veemenza, per quale assurdo motivo l’umanità abbia voglia di rischiare veramente una Terza Guerra Mondiale, dopo essere scampata a due anni di pandemia che ha mietuto milioni di morti. Mi chiedo perché l’uomo non sia capace di imparare dai suoi errori, anziché ripeterli, come fa da 10000 anni a questa parte. Ma so anche che sono tutte domande che resteranno senza risposta.

Ho però imparato qualcosa dai miei trentacinque anni passati sulla crosta di un granello di sabbia alla deriva nello spazio. Ho imparato che l’uomo è destinato a uccidersi, a sterminarsi fino all’ultimo componente, e lo farà, più presto che tardi, con una guerra o con un virus. O probabilmente con entrambi. Lo farà insomma con le sue stesse mani. Ho imparato che l’uomo è l’animale più stupido che esista, pur piccandosi di essere il più intelligente, come specie, come gruppo, come insieme, e che le ragioni di pochi determinano, dall’alba dei tempi, il destino di molti, che i vari Putin, Biden, Trump, Macron, Johnson, anziché ammazzarsi tra di loro, come sarebbe auspicabile e francamente piuttosto divertente (lo so, avevo promesso di non ridere più, però questa la vorrei vedere!), trascineranno nella mischia anche chi non ha nessuna voglia di farsi ammazzare, come me e come te che leggi (spero). Ho imparato che queste cose le diceva duemilacinquecento anni fa già la Bibbia, col celebre “Non c’è niente di nuovo sotto il sole“. E’ vero, diamine. Tutto è vanità! E’ vano insegnare la storia, perché tanto l’umanità non la capisce, perché altrimenti saprebbe che nessuna guerra è mai l’ultima e che nessuna guerra ha mai risolto niente, se non gettare le basi per un successivo conflitto.

Allora, cosa rimane da fare? Puntare il dito e dire soltanto che l’uomo è brutto e cattivo? Sarebbe comunque un inizio. Ma vorrei spingermi oltre, affermando che un po’ mi spiace e che in cuor mio vorrei che non succedesse niente e che non ci fosse alcuna guerra, poiché, in quanto uomo sono vile e egoista anch’io e perciò, almeno per gli anni che mi restano, vorrei non trovarmi in mezzo a una guerra. Ma d’altro canto sarebbe oltremodo interessante far parte della generazione finale, vale a dire di quella che si è estinta e che perciò, scomparendo, ha salvato il mondo. Un attimo, in che senso “salvato il mondo”?

Se ci pensate, sarebbe un bel sacrificio, un modo per riscattarsi con l’ultimo atto del capitolo della triste storia umana, per i millenni di massacri, devastazioni e genocidi, e che quindi una guerra, dulcis in fundo, servirebbe a qualcosa. A cosa? Mi sembra piuttosto evidente, no? A restituire il mondo al suo legittimo proprietario, alla Natura, la quale, superato lo shock devastante di una probabile guerra nucleare o batteriologica, prima o poi si riprenderà e potrà quindi tornare a ripopolare, di piante e animali, questo bellissimo pianeta, finalmente libero della creatura più micidiale che abbia mai ospitato e che, fino all’ultimo dei suoi giorni, è stata talmente stupida da uccidersi da sola, pur avendo le risorse per proliferare. Ma, così come vale per i parassiti e i batteri, l’unica strada è lasciare che questi organismi, messi gli uni contro l’altro, portino a termine ciò per cui sono stati creati, in una frenetica, stolida, cieca, interminabile battaglia contro se stessi.

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