Padri e Figli

La Russia è sempre stata patria di grandi scrittori e grandi pensatori: Tolstoj, Dostojevskij, Čechov, Gogol (che scriveva in russo ma che era nato in Ucraina) solo per citarne alcuni. L’elenco potrebbe proseguire a lungo, perché la tradizione letteraria russa è vasta quasi quanto la sua estensione geografica (la Russia è la cosiddetta terra degli 11 fusi orari). Quelli che ho ricordato sono gli scrittori che io personalmente amo di più. Ma ce n’è un altro che ho amato molto…

Si tratta di Ivan Sergeevič Turgenev, scrittore e drammaturgo russo, appartenente al glorioso Ottocento, l’epoca in cui la Russia si scopriva a poco a poco creatura bella e maestosa, sconosciuta e sterminata. Però, al contempo, la Russia di Turgenev era anche una terra dolorosamente spaccata a metà: da una parte i ricchissimi proprietari terrieri, dall’altra i poveracci nullatenenti, destinati a lavorare tutta la vita fino a che la schiena gli reggeva. I proventi degli uni finivano, come si può immaginare, tutti nelle tasche degli altri. La classe agiata era – o almeno ci provava – anche la classe degli intellettuali e degli istruiti, di coloro che disponevano dei mezzi per viaggiare e costruirsi una cultura, in prevalenza all’estero, dove l’effervescenza intellettuale aveva toccato il suo culmine. Il vantaggio dello scambio continuo con l’Europa spingeva i giovani russi a entrare in contatto con le novità del momento, di cui potevano sentir parlare a Parigi o a Londra. Dopodiché, una volta rientrati, gli stessi giovani facevano dei salotti di Mosca o San Pietroburgo il fulcro della loro élite culturale, che era tutt’altro che periferica, poiché le teorie europee, rielaborate e approfondite, venivano successivamente esportate, attraverso saggi e romanzi, nel resto d’Europa.

Nel salotto di una di queste tante famiglie russe, Turgenev ambienta Padri e figli, un romanzo che mi è sempre piaciuto (e che è in procinto di spegnere quest’anno la bellezza di 160 candeline pur rimanendo, credetemi, modernissimo). Turgenev, nel suo tipico stile dissacrante e ironico, dipinge il più classico degli scontri generazionali: quello tra padri e figli. I figli (che poi in realtà si tratta di una coppia di amici, di cui soltanto uno è il figlio) sono coloro che rappresentano la novità e il rinnovamento apportato da una gioventù ribelle, in contrapposizione alla vecchia guardia, rappresentata da un altro personaggio, il padre, figura emblematica e significativa.

Evgénij Bazàrov, il vero ribelle della situazione, è il propugnatore, direi quasi l’alfiere, di correnti nuove, arrivate da fuori e sbattute in faccia al vecchio Nikolaj Petrovič Kirsanov, modesto possidente terriero, ancora legato alla cultura e alle dottrine della sua generazione e che incarna un po’ la polverosità della Russia d’antan, come lui adagiata sul suo glorioso passato, di cui vorrebbe conservare in eterno la compattezza. Ma Bazàrov, in compagnia del suo amico Arkadij, figlio di Nikolaj Petrovič Kirsanov, di ritorno dai loro viaggi si recano in visita al padre di Arkadij e non perdono tempo per sferrare accuse pesanti al vecchiume difeso invece da Nikolaj. Fino a che, dopo tanto litigare, i tre non si arrocano su estremi inconciliabili, senza più alcun apparente punto di incontro.

Il romanzo ha i suoi risvolti tragici e comici. Tragici perché si intende chiaramente che la Russia è ormai a un bivio e che ciò che è sopravvissuto della grande Russia che ha sconfitto Napoleone sono una manciata di vecchi testardi, chiusi in residenze di campagna, innamorati di un passato che non potrà essere più. Mentre la gioventù liberale e libertina scalpita dal canto suo per scoperchiare qualsiasi tabù e fare i conti con questioni anche spinose, come l’ateismo e il nichilismo, imbracciandoli come vessilli di un nuovo esercito, non militare, come vorrebbe la generazione di Nikolaj, cresciuta a pane e guerre, bensì teorico, per combattere finalmente nell’arena dei coetanei degli altri paesi usando le stesse armi. Per i giovani russi della seconda metà dell’Ottocento, è quindi giunto il momento di staccarsi dalla gloria monolitica del loro paese e accogliere come un oceano le infinite correnti letterarie, culturali e storiche in arrivo dall’Europa.

Nell’inconciliabilità di due generazioni presentate come agli antipodi, emerge nitido anche il presente della Russia. La bravura di scrittori come Turgenev è nell’aver saputo anticipare l’avvenire, oltre ad aver trovato una formula per cristallizare, in un gioco letterario, fondamentali dinamiche sociali così che si facciano perennemente attuali, a prescindere dall’epoca in cui le si legge. La contrapposizione tra padri e figli non è certo confinata al periodo di Turgenev. Sono sempre esistiti e sempre ci saranno litigi tra questi due mondi, così vicini e allo stesso tempo così lontani. Potranno cambiare gli argomenti e le questioni del contendere, ma una cosa è certa: padri e figli litigheranno sempre. Si rinfacceranno sempre la reciproca incompresione e gli uni accuseranno sempre gli altri di voler arrestare il progresso e mettere loro i bastoni tra le ruote.

In un certo senso, il conflitto dura ancora oggi. Nella Russia del Terzo millennio, i figli affrontano ancora i loro genitori. La terribile guerra di Putin ha fatto venire a galla le distanze presenti all’interno del grande popolo russo che si è lentamente diviso in due schieramenti, uno indirizzato verso il passato, l’altro verso il futuro. Grazie alla propaganda e ai decenni di lavaggio del cervello, la Russia sovietica è una realtà ancora concreta nella mente balorda delle vecchie generazioni, che non la rimpiangono affatto, ma che anzi, se fosse per loro, la vorrebbero di nuovo. Di contro, i giovani russi, quel periodo buio non l’hanno vissuto e non ci tengono proprio a riesumarlo, avendo forse hanno intuito i pericoli che si celano dietro una nostalgia troppo nervosa. Per loro l’unica strada è quella della modernità.

Un bel canale Youtube (1420), curato da un ragazzo russo, propone interviste per strada ai ragazzi russi, i quali, quasi tutti, di fronte a domande come “Cosa pensi di Putin?” o “Volete di nuovo l’URSS?”, rispondono unanimi (a parte alcuni, che non si sa se mascherano le loro risposte per paura di sanzioni o sono stati ormai ‘istituzionalizzati’) di non volerne più sapere della Russia sovietica, di voler uscire dalla gabbia dei ricordi, in cui sarà anche stato vero che si viveva con poco e che lo Stato provvedeva ai bisogni del popolo, ma è altrettanto vero che il prezzo da pagare erano libertà (non solo di parola) e intraprendenza individuale.

Nell’eterna diatriba tra vecchio e nuovo, giovane e antico, passato e futuro, progresso e bei tempi andati, la risposta non è mai facile. Per qualcosa che si perde, qualcosa si guadagna. E viceversa. Sarebbe materia per una sfilza di romanzi la realtà che stiamo vivendo e ciascuno potrebbe brandire la sua verità senza doversi giustificare, sicuro che tanto, almeno una scintilla di verità, sotto tante macerie, la trovererebbe. Ma se c’è una risposta a cui l’umanità è tenuta a stringersi attorno, è la necessità di salvaguardare chi deve ancora venire, chi non ha avuto ancora spazio – o tempo – per dire la sua. Un detto, antico quanto il mondo, ricorda che i giovani non sanno quello possono e i vecchi non possono quello che sanno. Tra impotenza e ignoranza, io, che mi trovo ormai al discrimine tra la generazione dei padri e quella dei figli, per non saper né leggere né scrivere, scelgo l’ignoranza. Se non altro perché un’esperienza non ancora vissuta si può colmare, un’esperienza già vissuta è alimento soltanto di un vano rimpianto e nulla più.

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