Il concetto di vendetta nel Conte di Montecristo

La bellezza con cui vengono raccontate le avventure del Conte di Montecristo è pericolosa – piacevolmente pericolosa – perché può far distogliere lo sguardo dal concetto che sostiene l’intero architrave del romanzo di Dumas, vale a dire il concetto di vendetta. Alexandre Dumas fin dalla prima pagina tratteggia i lineamenti di un personaggio maestoso che acquisisce esperienza e consapevolezza passando attraverso momenti dolorosissimi. Il Conte di Montecristo è all’inizio un giovane capitano di navi mercantili all’alba di una vita piena di promesse di felicità. Ma questa vita gli viene strappata via dall’invidia e dall’avidità di individui senza scrupoli che si erano professati suoi amici.

Edmon Dantes, questo il vero nome del protagonista, finisce in galera a vent’anni per uscirne alla soglie dei quaranta e solo grazie a un rocambolesco tentativo di evasione andato a buon fine. Edmond ha trascorso gran parte della sua vita adulta nelle segrete del Castello d’If, unico condannato per un intrigo in cui egli non ebbe che un ruolo marginale e per di più inconsapevole. Ma tant’è, quegli uomini che gli si erano stretti intorno all’apice della sua breve fortuna volevano in realtà toglierlo dalla circolazione, sacrificando lui per non dover essere loro a finire in ceppi. La lunga prigionia cambia inevitabilmente il carattere del giovane, inselvatichendolo e rendendolo astioso. Ai suoi occhi il destino perde i connotati favorevoli che aveva prima per assumere i tratti di un fato irrazionale che punisce i buoni e ricompensa i malvagi. La rabbia, covata in silenzio per tanti anni, è stata resa ancora più cieca dal fatto di non conoscere né il volto né il nome del suo nemico, cioè del responsabile della sua condanna. A causa sua ha infatti perduto tutto: famiglia, carriera, amore. Giura perciò a se stesso di trovare e punire i colpevoli. Ma quando Edmond Dantes si affaccia di nuovo al mondo è un uomo diverso. Non è più uno spensierato marinaio ma un uomo maturo, sicuro e potente e che per giunta dispone di ricchezza così vasta da poter ottenere qualsiasi cosa. Un’ulteriore caratteristica lo distingue da tutti gli altri: un’immensa sete di vendetta.

Risultati immagini per evasione conte di montecristo
Il Castello d’If in un dipinto

Tornato tra i liberi, Edmond Dantes, che per celarsi meglio e agire indisturbato assume il titolo di Montecristo, attua con freddezza la sua vendetta. Quello che segue è uno dei racconti più belli della nostra letteratura, per colpi di scena, regia quasi cinematografica, dialoghi e ricostruzione storica. Come si è detto però, dietro le vicende del Conte di Montecristo si agita un desiderio che poche persone possono dire di non aver mai provato. La vendetta che muove il protagonista non assume mai l’aspetto di furia cieca e spietata; semmai rimane piuttosto entro gli argini di una giustizia riparatrice. Dumas, nel coordinare lo svolgersi delle vicende, è sempre attento a non farsi possedere mai dall’istinto di inscenare una resa dei conti sul modello di Quentin Tarantino o una carneficina biblica alla Sodoma e Gomorra. Il Conte di Montecristo solo a tratti è brutale, però mai di una violenza fine a se stessa. Egli interpreta la sua opera più come quella di un giudice che di un Angelo Vendicatore. Nel compiere la sua vendetta il Conte vuole semplicemente che chi si è comportato male ma che l’ha sempre fatta franca, paghi e che chi è stato onesto fino a rimetterci riceva almeno il sollievo di una vita senza più pensieri. Il Conte diviene così l’ago della bilancia del Bene e del Male.

Inevitabilmente una figura simile non può che prestarsi a delle obiezioni morali, su tutte a mio avviso quella che si interroga sul limite fino a cui è consentito a un uomo amministrare la giustizia, la quale per molti può essere amministrata soltanto da Dio o quantomeno da una potenza trascendente. Secondo me è questo il cardine problematico del romanzo. Perfino il lettore meno empatico, grazie alla bravura di Dumas nel presentarle, si immedesima nelle disgrazie che colpiscono il marinaio, ma può questi anche accettare l’idea che qualcuno si erga a Giudice assoluto degli altri uomini? Non sono pochi i passaggi in cui Edmond Dantes riflette se ciò che persegue sia giusto o meno. Il più delle volte ne sembra convinto, ripensando al dolore che gli è stato ingiustamente inflitto. Raramente invece pare pentito. In un punto-chiave il Conte di Montecristo rivela al procuratore Villefort quale sia la sua missione.

Si intravede qui come Dumas voglia elevare il Conte di Montecristo al rango di individuo fuori dal comune, mi verrebbe da dire quasi di Padreterno. Il Conte sa di non rispondere più alle leggi degli uomini ma soltanto alle sue, che sono terrene unicamente nell’estensione limitante del tempo e della distanza. Il Conte è stato astratto da Dumas dalle sue spoglie mortali e trasportato in una sfera più grande. Tuttavia un uomo, benché potentissimo e dotato di un’immensa conoscenza, rimane pur sempre un uomo, anche in un romanzo, e il suo giudizio ricadrà sempre entro il dominio della fallibilità. Vi è qui un richiamo al topos letterario della hýbris, ossia del peccato di superbia, che contraddistingue gli uomini che si credono superiori alla massa, o perché investiti di una missione divina o perché in effetti dotati di qualità uniche e che quindi ambiscono a oltrepassare i limiti imposti dalla natura. Proprio contro questo limite doveva scontrarsi prima o poi anche il Conte, verso la fine del libro, quando si accorge di aver ecceduto nella sua vendetta e di aver involontariamente arrecato più dolore a Villefort di quanto questi ne meritasse. In questa scena il procuratore del re ha appena scoperto che sua moglie e il figlioletto Edouard si sono tolti la vita, dopo aver appreso solo poche ore prima della morte della figlia Valentine (finta morte, ma Villefort non lo sa). Pur vedendo il procuratore in preda al dolore più atroce, il Conte affonda il colpo rivelandogli di essere la persona che tanti anni prima lui aveva ingiustamente condannato e quindi sommando al lutto anche il peso insostenibile del rimorso.

E voi cosa ne pensate?

L